lunedì, luglio 30, 2007

Bandiera nera

Non so, magari già tutti hanno appreso la notizia, ma non mi dispiace che giri anche su finoaquituttobene: venerdì 27 è morto Giovanni Pesce - nome di battaglia Visone. Per starmene il più lontano possibile dai toni della retorica resistenziale ricordo solo - per chi non lo conoscesse - che fu Medaglia d'Oro della Resistenza. Dell'uomo dietro al partigiano possiamo conoscere qualcosa dalla lettura dei suoi libri, sopra di tutti ovviamente Senza tregua! (qui scaricabile il libro intero), fondamentale opera resistenziale che ha il pregio di mostrarci il travaglio materiale ed esistenziale di donne ed uomini della resistenza, aiutandoci a sottrarre quelle pagine della nostra storia dalla retorica degli Eroi (sic!), resi simulacri di combattenti.

Giovane emigrante, quindi comunista, quindi volontario in Spagna.
Prigioniero e al confine (a Ventotene) nell'Italia fascista, fu poi attivo prima a Torino e poi a Milano sotto la direzione del comando generale delle Brigate Garibaldi nella costituzione e direzione dei GAP (Gruppi Azione Patriottica), partecipando direttamente in ultimo alla liberazione di Milano.

L'ultima volta che nella mia vita davanti ad una scheda elettorale segnai con una croce un simbolo con falce+martello fu solo per la sua presenza nella lista elettorale, visto anche che in Italia in questi anni nessuno di "quelli che contano" e possono hanno spinto per la sua elezione a senatore a vita.

Come si sarebbe detto una volta, cordoglio per il compagno e partigiano Giovanni Pesce.

venerdì, luglio 27, 2007

Ode civile per la morte in piazza Alimonda: Carlo Giuliani

di Giuseppe Genna - da carmillaonline


Noi inadatti a stare dentro di te

Tu più adatto, il più adatto a vedere in noi le faglie

di abominio che ci condannano

e hanno condannato te

Ero oggi dentro il bar e su di te quanto
a distanza di spazio e tempo stavano parlando
gli otri di carne rutilante
senza sentire quanto senti tu ora ovunque come te ovunque

il corpo che si rompe, la cinghia di trasmissione,
l'erompere degli arti, la fuga dal miocardio,
tu divenuto immagine subito fattasi immagine
mentre sei carne e lo sei a oggi e io della carne parlo

del cingolato e dei gas e del torace parlo
e delle superstizioni che conducono ai poteri
all'abbrivio sotto i completi in cotone blu
e al disinteresse che commercia i suoi sempiterni

trenta denari di cioccolato
avariato e carta stagnola dorata
la si crepa con l'unghia sporca dell'indice
si entra nel tuo cuore con l'unghia sporca dell'indice

l'amico confuso telefonò: "Sembra notte"
ed era notte di glicini andati a male, di fiori sozzati
dalla lordura delle plastiche riciclate
e la miriade di sguardi guardava te

e quanto dopo avvenuto come un lampo di fosfene
le cattive parole di una lingua in rune
cattiva che formula amuleti in sillabe di carne
roteandola finché non sia informe spruzzando il sangue tutto alle pareti in schizzo

fino all'osso, fino alla preghiera, fino all'anestesia,
ruotando e ruotando per la vertigine dei nostri sensi lontani
la rete crollata permette all'amico di sillabare:
"C'è un morto, mi rifugio colla bicicletta"

"Dove? Dove vai?" "Alla scuola"
dove fino all'anestesia delle preghiere io imploro che la scheggia
del mio cranio la vostra sostituisca
ah, l'impotenza,

la svergognata propaggine di me sul tuo copo chino
reclinato tra la tua canotta intrisa e il granulato dell'asfalto,
i carriaggi, gli svincoli, le smagliature del cielo
che la pupilla nirvanica osserva distesa impotente e serena

fammi dare pane, fammi estinguere la sete,
fammi chiedere perdono, veicola la mia richiesta
ovunque sia come ovunque stato
quanto abbiamo visto di lontano socchiudendo palpebre

colpevoli esse stesse all'erompere del fosfene misterioso
che deflagra
tu deflagri, corpo di gloria disteso
io con la pietà cosa ho da rimborsare?, cosa

mi si spezza dentro?, in anni e anni
di incivile orgoglio per una morte sacra
come sacre sono tutte le morti
e sacro è il lutto che persiste quanto

è stato pronunciato nell'ode di Calamandrei
letta di sillaba in sillaba nella sezione del Pci io piccolino
ripetendola per generare inutile la poesia
la poesia non ripara la crepa

questa è incivile propagazione della crepa (tu perdona),
di un male che non abbiamo saputo assorbire
poiché lo hai assorbito tu, caricatolo sulle spalle nude tue
anchilosate e puberali

e lo sguardo, e i cingolati e la speculazione
del mare che tiene a galla i container dei quali
si vantano i corpi cerei della nostra corruzione,
e la specie che ne viene strappata

o tu lacerazione che porti il nome italiano di Marx
o tu foro di proiettile della coscienza nostra oggi ancora
e cresce e che si allarga, tu
incunabolo dove riporre i sensi e le colpe e gli oggetti

della memoria, tu memoria che mi intridi
e che non hai pace mai ché sono armi rumorose le parole
e le medesime che spingono il proiettile
lungo la traiettoria precisa tra me e te

assommo su di me il male
assommo su di noi il male

noi creiamo qui e ora e sempre il cerchio in sassi
dentro la tua carne è intatta

il tuo sorriso spento è calma
di una estraneità che ci riguarda

impartisci la lezione
somministraci la terapia
risvegliaci dal sonno ottuso
crea la veglia urbana

con cui noi camminiamo nei giorni di afa nella città collosa ricordandoti per chiederti il perdono, per chiedere di comminarlo, per asserire il tuo sorriso che si inarca lieve, ovunque sotto i nostri passi incivili, noi che siamo restati a richiamarti, finché la vita non si separi, figlio dolce assolutissimo della calva terra

del mare che hai veduto luminare di lontano in un brillìo di mondo:
io mi piego a te, su di te mi piego
entra in ogni parola
desantifica le nostre immagini

illùminati

giovedì, luglio 26, 2007

Rilevazione precaria MayDayParade_2007

Quelle che seguono sono le valutazioni - a cura di Riccardo Paccosi, Rossana, Anna Borghi e Alice Marras - dei risultati di un questionario distribuito durante l'ultima edizione della MayDayParade milanoide. Sono nove punti, che fra l'altro vengono spesso confrontati con i risultati di una precedente ricerca del 2004.

Il questionario lo trovate qui.

I grafici coi risultati percentuali e gli incroci qui.


Sono stati raccolti 206 questionari, compilati per il 57% da donne. Se le donne prevalgono sugli uomini ad ogni età, la fascia d'età oltre i 46 anni è composta esclusivamente da donne.
Per quanto riguarda la fascia d'età, va sottolineato che il campione è sì rappresentativo dei precari presenti ma non dell'insieme dei partecipanti alla Parade. Difatti, l'edizione 2007 ha visto un forte incremento delle fasce d'età più basse ed in particolar modo dei teenagers. Dal momento che l'impostazione del questionario presupponeva una condizione lavorativa precaria, i somministratori si sono rivolti soprattutto alla fascia d'età 26-35 anni che, pertanto, risulta ampiamente maggioritaria (49 %).

1) Rispetto ai risultati del questionario somministrato nel 2004, l'Euromayday sembra aver aumentato la sua capacità rappresentativa: difatti il 42 % afferma di essere precario e sentirsi rappresentato ed il 39 % di non essere precario ma condividere. In generale, sono le donne a sentirsi più rappresentate, anche se non sono precarie. Nel 2004, ben il 47% si limitava a rispondere "sono un precario e vengo a vedere di cosa si tratta". Nel 2007 questa percentuale cala al 4% per le donne, al 13% per gli uomini. Per quanto riguarda le fasce d'età, sono i più giovani (15-20) e i più vecchi (oltre 46 anni) a sentirsi maggiormente rappresentati, anche se non si auto-definiscono precari. Tra le fasce d'età intermedie resta circa un 10% di precari "curiosi".

2) Le risposte alle domande 2 e 5 indicano il forte radicamento territoriale dell'Euromayday: la stragrande maggioranza degli intervistati risiede a Milano ed ha già partecipato alle precedenti edizioni.

3) Per quanto riguarda la condizione professionale, i dati sono simili al 2004: una maggioranza relativa di lavoratori dipendenti precari (30%) seguita da una cospicua presenza di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (25%). Quest'ultima, va detto, è perlopiù rappresentata dalle fasce d'età più mature (oltre 46 anni). I giovani (15-20) hanno difficoltà ad attribuirsi una specifica condizione professionale e si qualificano come "altro" (studenti). Il lavoro saltuario prevale nella fascia d'età tra 21-25 anni. Se si esamina la distribuzione per genere, si rileva che tra coloro che svolgono lavori saltuari la percentuale di donne è più elevata (14% vs. 6%), mentre gli uomini sono più rappresentati tra i liberi professionisti-imprenditori (5% vs. 14%). Si nota inoltre una lieve prevalenza degli uomini tra quanti sono lavoratori dipendenti precari e hanno un contratto a tempo indeterminato e delle donne tra i lavoratori autonomi precari.

4) Tornando al tema della capacità rappresentativa dell'Euromayday, il dato relativo alla condizione contrattuale è affatto significativo: ben il 46 % è contratto a progetto o co.co.co. mentre, nel 2004, tale condizione giuridica si attestava al 16% ed il 38% non rispondeva alla domanda. I contratti co.co.co e co.co.pro prevalgono dovunque, ad eccezione che nel settore del web-media-comunicazione e nella ricerca, e in particolare nei settori tradizionali: poste e telecomunicazioni, commercio, industria, settore pubblico. Forte la presenza di lavoro in proprio e partite IVA nell'artigianato, industria e agricoltura. Si rilevano inoltre sacche di lavoro nero nell'edilizia, nei servizi alle imprese e servizi alla persona. Da chiarire la marcata dominanza di altre tipologie a TD nel settore del web. Per quanto riguarda la ricerca, a testimonianza della varietà di tipologie contrattuali presenti, è da notare l'equa distribuzione di co.co.co, interinali, lavoro in proprio e altra tipologia a TD.

5) La domanda relativa al settore produttivo - non presente nel questionario 2004 - denota una forte presenza di settore pubblico (15,30%) e del terzo settore (13,66%). L'ambito creativo/cognitivo complessivamente inteso risulta però nettamente maggioritario: cultura/entertainment e web/comunicazione raggiungono assieme il 21,32%.

6) Un dato su cui riflettere è certamente quello relativo all'auto-percezione. Posto dinanzi alle definizioni più in voga riguardanti le nuove forme del lavoro, nel 2004 il 34% degli intervistati non rispondeva. Oggi, tale percentuale scende all'8,73 mentre la scelta di definirsi "precario" sale dal 24,5 del 2004 all'attuale 42,86%. Va altresì sottolineato che, pur a grande distanza, il secondo termine scelto sia "autonomo" (12,70), prevalente nei settori dell'artigianato ed edilizia, seguito dal molto recente "classe creativa" (10,32), diffuso tra chi lavora nella cultura e, curiosamente, nelle poste e telecomunicazioni. Rovinoso quanto prevedibile il tracollo della definizione sindacalese-istituzionale di "atipico" (7,94). Curiosamente, però, si definiscono atipici i lavoratori di un settore relativamente "nuovo", quello del web-comunicazione. Il termine cognitario viene adottato da chi lavora nel settore pubblico, nella ricerca e da chi si auto-definisce "altro" (probabilmente si tratta in prevalenza di studenti).

7) Per quanto riguarda la domanda "Qual è il tuo desiderio principale?", riscontriamo una sorprendente omogeneità coi risultati del 2004: al primo posto la continuità di reddito (22,6 nel 2004, 26% oggi); al secondo l'accesso ai saperi (17,6 nel 2004, 17, 5% oggi); al terzo gli spazi per realizzare progetti (16,3 nel 2004, 16,5% oggi); al quarto l'abitazione (12,5 nel 2004, 8,5% oggi); al quinto la possibilità di viaggiare (10,4 nel 2004, 8% oggi). Il desiderio di continuità di reddito aumenta progressivamente in funzione dell'età, mentre la necessità di accedere ai saperi è più diffusa tra i più giovani, e il bisogno di amore e di spazi per progetti si fa sentire soprattutto tra i 36 e i 45 anni. Da notare le differenze di genere per quanto riguarda i desideri (anche se gli scarti sono ridotti): rispetto agli uomini le donne desiderano continuità di reddito, una casa propria, sognano di viaggiare. Contro ogni stereotipo, sono gli uomini a volere maggiormente un contratto a TI, a desiderare figli, socialità e amore. Inoltre, gli uomini più delle donne desiderano maggiore accesso ai saperi oltre che spazi e finanziamenti per avviare progetti. Se si guarda ai desideri rapportati ai settori di lavoro, a desiderare maggiore accesso ai saperi sono primariamente i liberi professionisti, coloro che hanno un contratto a TI desiderano spazi e finanziamenti per progetti, chi non lavora desidera amore e un contratto a TI (!!!), chi lavora saltuariamente vorrebbe viaggiare. Indicativo è anche il rapporto tra desideri e definizione di sé: chi si auto-percepisce come precario-a desidera reddito, una casa, un contratto a TI, gli autonomi desiderano maggiormente finanziamenti per progetti e maggiore socialità, gli intermittenti e la classe creativa sognano amore e figli.

8) Per quanto riguarda le domande 11 e 12 relative al rapporto tra precarietà e natalità, la maggioranza "bulgara" degli intervistati (90,5) concorda sul fatto che la precarietà incide sulla scelta di fare figli e, quindi, su un dato biologico centrale nella vita degli uomini e delle donne. In particolare, i più convinti che la precarietà incida "fortemente" e non solo parzialmente sulla scelta di far figli rientrano nella fascia d'età 26-35 (l'80% degli appartenenti a questa fascia non ha figli) e sono in prevalenza lavoratori autonomi precari e liberi professionisti-imprenditori.

9) Dalla domanda sul futuro del mondo si evince un quadro metereologico "nuvoloso con precipitazioni e segnali di schiarita in tarda serata": il 16,92% vede il futuro nettamente negativo, il 33,83 pieno di rischi e incognite, il 43,28 pieno di rischi ma anche di opportunità positive; soltanto il 5,47% percepisce un'idea positiva di futuro. Sommando i dati la visione del tutto o parzialmente negativa (50,75) prevale, pur di pochissimo, su quella del tutto o parzialmente positiva (48,75). In generale, le donne sono più ottimiste degli uomini (54% vs. 40%), e i più giovani hanno una visione del mondo più negativa, mentre l'età porta a modulare e a rivedere giudizi nettamente negativi. Degno di nota il fatto che i più pessimisti sono i lavoratori saltuari, quelli che non lavorano e i dipendenti a TI (vedono il futuro negativo o pieno di rischi e incognite rispettivamente il 72%, l'80% e il 59% per ogni gruppo), mentre i precari e gli autonomi sembrano vedere più luci che ombre (giudicano il futuro negativo o pieno di rischi rispettivamente il 37% e il 39%).

mercoledì, luglio 25, 2007

La congiura del silenzio continua

Quando il 25 Aprile dell'anno in corso il Presidente della Repubblica Napolitano si recò a rendere omaggio alle vittime della Divisione Acqui trucidati a Cefalonia dalle truppe tedesche dopo l'armistizio dell'8 settembre la cosa non mi convinse fino in fondo.

Certo, ammetto con convinzione che sono altamente allergico alla retorica resistenziale che si è formata in quaranta-cinquant'anni di repubblica, una retorica tesa a cristallizzare donne, uomini e sacrifici in eroi (si, solo al maschile...) e a trasfigurare questa poliforme umanità in qualcosa di statico, freddo, qualcosa che è stato allontanato dalle esperienze quotidiane per smorzare la nostra empatia nei confronti di quell'umanità giovane e ribelle.

E la scelta di Napolitano mi sembrava contigua a questa retorica resistenziale disumanizzata, confermata dalla scelta di Cefalonia - Soldati prigionieri/già trucidati/nel mare e le cisterne/furon gettati. Quelli che han combattuto/e torneranno/la sorte dei compagni/vi narreranno - la cui importanza per la rappresentazione della Liberazione non va messa in dubbio, ma certo lascia un pò a disagio per una certa calcolata ed evidente strumentalità.

Si, perché Cefalonia è conosciuta, "commercializzata" da Il mandolino del Capitano Corelli
(oltre che da una fiction mi pare...) e quindi buona alla "riappacificazione delle memorie", alla costruzione di una storia italica monolitica e in cui le differenze, le distinzioni scompaiono dileguate nella retorica che tira in ballo le "giovani generazioni" e altri espedienti retorici tesi allo stesso risultato: nessuna anomalia italyana, altro che guerra di liberazione+guerra civile+guerra rivoluzionaria.

L'Italia che ci racconta Napolitano - e non solo lui... - è tutt'altra, è l'Italia dell'esercito fatto dagli "italiani brava geente" e come tale va revisionata la storia della resistenza, per rendere omaggio all'esercito italiano oggi non poi molto amato visto le scorribande armi in pugno in giro per il mondo.
Questo mio sentimento di diffidenza verso la commemorazione presidenziale del 25 Aprile viene a galla solo oggi poiché - per altri motivi - mi è capitata sotto gli occhi una lettera pubblicata sulla rivista Camicia Rossa (la rivista dell'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini).

Mi sembra chiarisca meglio di come spiego io il punto della questione.
E' per me una questione importante anche perché le mie "radici" nella vicenda richiamata nella lettera affondano le loro più profonde punte, nell'esperienza della Divisione Partigiana Garibaldi.

L’incontro del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con le delegazioni delle associazioni combattentistiche e d’arma alla vigilia del 25 Aprile o la visita a Cefalonia, il giorno della ricorrenza della Liberazione, potevano essere l’occasione propizia –purtroppo non lo è stata - per far giustizia di una dimenticanza durata oltre sessant’anni. Mi riferisco alla vicenda, nel quadro della Resistenza dei militari italiani all’estero all’indomani dell’8 settembre ’43, delle divisioni “Taurninense” e “Venezia” divenute il 2 dicembre di quello stesso anno “Garibaldi” che, è bene sempre precisare e ricordare, fu italiana e partigiana allo stesso tempo, si batté duramente contro i tedeschi ed i loro alleati in Montenegro, Bosnia, Erzegovina, Serbia, Sangiaccato, lasciando sul campo in diciotto mesi di guerriglia oltre 8.000 tra morti accertati e dispersi. Fu unica grande unità dell’Esercito italiano all’estero che rimase tale pur alleandosi con i partigiani titini e da questi operativamente dipendente, unica a rientrare in Italia alla fine della seconda guerra mondiale, decimata ma in armi ed efficiente.

Per l’onore d’Italia, è stato giustamente scritto, i militari italiani della “Garibaldi” disobbedendo agli ordini superiori non accettarono la resa e decisero volontariamente di continuare la guerra a fianco di chi combatteva il nazismo, lottarono in terra ostile, sconosciuta, difficile e le loro peripezie sono state raccontate in memorie, diari, romanzi, e in qualche libro. Ma di loro nessuno si è più di tanto accorto, né gli accademici, né i giornalisti, né i mezzi di comunicazione, né i politici. Perché? Qualcuno ha scritto che si è trattato di una ‘strana’ divisione: aveva combattuto con i partigiani di Tito, portava il fazzoletto rosso come simbolo garibaldino, ma figurava nei resoconti di molta parte della stampa come la divisione dei “partigiani del re” o dei partigiani con le stellette. Chi ha sospettato, soprattutto negli ambienti militari, una scelta ideologica dei soldati e ufficiali delle divisioni “Taurinense” e “Venezia” all’8 settembre, sbagliava: la loro fu scelta di campo, non di parte.

La nostra storica Associazione che accoglie, quali garibaldini soci effettivi, i reduci di quella formazione militare, si è molto adoperata, soprattutto attraverso questa rivista attraverso appelli e memoriali, a sollecitare un giusto riconoscimento, senza effetti di sorta.
Solo Cefalonia ha avuto risalto, ma non può essere considerata solo la Divisione “Acqui”, eroica e sfortunata, il simbolo della Resistenza degli italiani all’estero. I sacrifici e le perdite dei garibaldini d’Jugoslavia sono altrettanto meritevoli: per illustrare queste ragioni il presidente Bortoletto ha chiesto udienza al Capo dello Stato ricordandogli che un altro Presidente, Sandro Pertini, inaugurò nell’83 un monumento ai caduti della “Garibaldi” a Pljevlja, in Montenegro, là dove caddero tanti italiani.

Qualche giorno fa parlando a telefono con l’anziano presidente della sezione di Genova dell’Anvrg prof. Domenico Misitano, che fu ufficiale della “Garibaldi”, percepivo tutto il disappunto e l’amarezza di un tenace combattente per la libertà per questa che lui giustamente ha chiamato “congiura del silenzio”, offesa alla memoria delle migliaia di giovani morti per la libertà di un popolo, quello jugoslavo, e per l’onore di un altro, quello italiano. E come lui gli altri reduci ancora in vita, anziani e spesso in precarie condizioni di salute, si appellano alle Istituzioni del nostro Paese perché il sacrificio di quei giovani, che non fu inutile ma di grande significato per la ricostruzione morale e politica dell’Italia, venga una buona volta valorizzato come si deve.
Sergio Goretti

Scene di panico con Peter Sloterdijk

di Massimiliano Guareschi

Terrorismo è senza dubbio una parola chiave, per quanto abusata, della nostra epoca. In senso stretto, il termine dovrebbe connotare nulla più che una tecnica di combattimento, volta a provocare terrore e sgomento fra la popolazione. In sintesi, si tratterebbe di colpire per seminare il panico, senza distinguere più fra obbiettivi militari e vittime civili. Il mezzo usato in atti di terrorismo, solitamente, è una carica esplosiva in un luogo pubblico, oppure un bombardamento a tappeto.Se la definizione è questa, diventa però difficile distinguere la figura del terrorista da quella del militare, specie se il pensiero si distoglie dal modello, in un certo qual senso edificante, della «guerra in forma».

Nel corso degli ultimi decenni, infatti, la parola «terrorismo» si è modificata, arrivando a significare non più un modus operandi, ma un attore politico così generico da poter essere individuato ovunque, ma abbas
tanza «tangibile», a livello di senso comune, da potergli dichiarare guerra. Il fatto che, poi, la formula «guerra al terrorismo» sia un non senso potrebbe essere questione che interessa solo chi è oziosamente incline a «spaccare il capello in quattro», sottraendosi alla mobilitazione dell'Occidente contro i nuovi barbari. Senonché, persino a livello di istanze giuridiche internazionali, le difficoltà incontrate nell'adottare una definizione operativa di «terrorismo» non discendono solo da problemi di ordine nominalistico, ma soprattutto dal fatto che ogni singola formulazione rischia di risultare applicabile anche alle forze che intendono porsi come garanti dell'ordine e della legalità internazionali.

Per dissipare i facili manicheismi ed evidenziare la complessità delle questioni che si raccolgono intorno alla questione del terrorismo, risulta assai utile soffermarsi sulle pagine di Terrore nell'aria (Meltemi, pp. 95, euro 12) di Peter Sloterdijk, tra le poche voci filosofiche fuori dal coro. Punto di partenza del filo
sofo tedesco è un'affermazione a prima vista sconcertante, secondo cui il contributo originale fornito dal XX secolo alla storia universale sarebbe costituito principalmente dalla commistione fra la prassi del terrorismo, il concetto di progettazione industriale e l'idea di ambiente.

Nel libro si indicano anche la data e il contesto precisi in c
ui questa commistione si sarebbe realizzata: il 22 aprile 1915, quando dalle trincee dell'Ypern-Bogen i tedeschi lanciarono un attacco con i gas. La pratica del terrorismo si rivela - secondo la definizione di Sloterdijk - una modalità di «interazione postmilitare fra nemici» in cui l'obiettivo è rappresentato non più dai corpi ma dall'ambiente dell'avversario. La respirazione, da presupposto indispensabile per la vita, si trasforma in vettore di morte. L'aria - un dato di fatto in precedenza mai percepito, almeno non in questa forma - viene «riprogettata» per rendere l'ambiente incompatibile con la sopravivenza del nemico.

Questa attenzione nei confronti dell'elemento dell'aria non stupirà il lettore che, negli ultimi anni, abbia seguito anche solo in parte la ricerca di Peter Sloterdijk, così come si è articolata a partire dai tre volumi di Sphären, fino al loro compendio pubblicato anche in Italia con il titolo Il mondo dentro il capitale (Meltemi). Il terrore, nella prospettiva di Sloterdijk, viene colto come fattore di esplicitazione dell'ambiente che porta a livelli di criticità elementi in precedenza non problematizzati. La scena originaria della guerra chimica chiama in causa l'aria e la respirazione, mentre gli atti successivi rimandano al calore - con i bombardamenti «termo-terroristi» su Tokio e Dresda - o alla radioattività, dato non percepito fino alla sua radicale, drammatica manipolazione, culminata con l'esplosione nucleare a Hiroshima e Nagasaki.

Uscendo dalla storia, per affacciarsi su scenari futuri ancora in via di definizione, con riferimento ad alcune note del Pentagono, si giunge a parlare di «ionoterrorismo» - attraverso il ricorso a strumenti in grado di produrre modificazioni locali del clima – e addirittura di attacchi «neurotelepatici» condotti proiettando infrasuoni in grado di agire sulla materia inorganica come sui cervelli umani.
La funzione di esplicitazione svolta dal terrore, tuttavia, secondo Sloterdijk non riguarda solo l'ambiente, ma anche la guerra. È in tale contesto che si misura l'impossibilità di tracciare chiare linee di distinzione fra guerra e terrore. Nelle parole di Sloterdijk, «se la guerra significa sempre un'azione contro il nemico, solo il terrorismo scopre la sua essenza». Di conseguenza, prosegue lo studioso tedesco, «nel momento in cui il controllo delle ostilità attraverso il diritto internazionale fallisce, i rapporti tecnici con il nemico prendono il sopravvento: incrementando l'esplicitazione delle procedure, la tecnica porta al dato essenziale dell'ostilità che non è altro che la volontà di sterminare il nemico».

da Precog mailing list

venerdì, luglio 20, 2007

Genova-G8: visioni sei anni dopo

Ogni anno a luglio emergono dalla memoria immagini e rumori di sei estati fa, quando contro la sfacciata arroganza dei grandi potenti una moltitudine di donne e uomini si presentò a Genova per chiedere giustizia e dignità per i popoli della terra. Non mi piacciono i concetti retorici, ma qui uso con convinzione il termine di moltitudine perché nel 2001 - oltre a non essere ancora stato svuotato di senso e riempito di pura potenza evocatrice - a Genova davvero conobbi, con molti, la moltitudine: donne e uomini, diversi per esperienze, convinzioni, pratiche, morale, ecc. che lì si trovarono con coraggio e che lì furono vittime della più grande macchinazione offensiva contro i movimenti sociali che nell'esperienza della Repubblica Italiana si fosse mai verificata.

E che ci ha segnato con il primo fratello cadavere riverso nella strada. Carlo che poteva essere stato vicino a me - a te - fino a qualche minuto prima della tragedia, Carlo che ci difende.

I ricordi chiari, abbaglianti di quelle giornate non mi mancano, ma ancora passerà del tempo prima che un mio racconto possa prendere forma, raccontare i frammenti confusi, caotici di quei tre giorni. Penso che questa sia un pò la "maledizione" di chi a Genova c'è stato: la ritrosia a raccontare ciò che con tutti i nostri sensi abbiamo vissuto, ma che comunque ci pare irrimediabilmente parziale, limitato o soggettivo, quasi a renderlo inenarrabile. Allora i tre giorni di Genova divengono una specie di proiezione nella mente, fatta di immagini e rumori percepiti non interiormente ma come dall'esterno.

Visioni. Visioni oniriche, molto diverse da chi oggi racconta le sue visioni da tubo catodico e a Genova non c'è stato. La differenza fra queste visioni è incolmabile: ognuno può e deve parlare di Genova 2001, ma non può avere la pretesa di sap
ere quello che chi vi è stato ha provato, ha visto, ha sentito. Non si può confondere il rimorso di non esserci stati con la realtà.
In memoria di Carlo e di quelle tre giornate.



Immagine tratta da ink4riot - Scarabocchi pregiati e Rock'n Roll.
(Clicca sull'immagine per ingrandire)

mercoledì, luglio 18, 2007

Ghiacciai & Co.

Interessante articolo sui ghiaccia e la loro evoluzione negli anni del global warming...

tratto dal blog ocasapiens curato da Sylvie Coyaud - celebre informatrice scientifica. L'articolo in questione è però di
Giovanna Tinetti.


Fa caldo e per darmi una rinfrescata, su suggerimento di Maurizio che scriveva d’aver studiato un ghiacciaio del Sudamerica la cui massa aumentava, mi son letta un po’ di ricerche per capire se era la regola o meno. Vedo che dal 2000 (non sono andata più indietro di così) si misurano ogni tanto oscillazioni nel lento calo della massa dei ghiacciai più grandi, a sud dell’Altiplano cileno. Per quelli medi e piccoli che stanno più a nord, si misura uno squagliamento più veloce delle previsioni.

Continua qui.

Bartleby lo scrivano - Una storia di Wall Street

Bartleby the Scrivener è un racconto di Herman Melville pubblicato per la prima volta a puntate nel 1853 - anonimamente - su di una rivista, per poi essere ripubblicato in una raccolta - The Piazza Tales - alcuni anni dopo. Mi è capitato tra le mani - virtualmente fra le mani... - perché me ne aveva parlato in un primo momento lillistar, forse a proposito di un'interessante iniziativa dal titolo Dalla parte di Bartleby che si svolge in questi giorni a Schio.

Dopo aver letto
Bartleby the Scrivener ho pensato di pubblicarne l'inizio su finoaquituttobene, anche perchè libero dalle catene del copyright questo racconto - uno dei più importanti della letteratura nordamericana - si gode ancora meglio...
sono certo che dopo l'incipit qui offerto correrete al link per godervi fino in fondo la storia di Bartleby, lo scrivano del "Preferirei di no".


di Herman Melville

Sono un uomo piuttosto avanti negli anni. La natura della mia professione mi ha portato, nel corso degli ultimi tre decenni, in contatto, e non soltanto nel solito contatto, con una categoria di uomini interessante all'apparenza e in qualche modo singolare, sui quali, per quanto ne so, finora non è mai stato scritto nulla: mi riferisco ai copisti legali ovvero agli scrivani. Nella mia vita professionale e privata ne ho conosciuti moltissimi e, se volessi, potrei raccontare varie storie che farebbero sorridere i benevoli e piangere i sentimentali. Ma per qualche brano sulla vita di Bartleby, il più strano che abbia mai visto o conosciuto, rinuncio alle biografie di tutti gli altri. Mentre di molti scrivani potrei narrare l'intera vita, non si può fare nulla del genere per Bartleby. Non esiste materiale - ne sono convinto - per comporre una biografia completa e soddisfacente di quest'uomo. È una perdita irreparabile per la letteratura. Bartleby fu uno di quegli individui sui quali non si riesce ad accertare nulla, senza risalire alle fonti originali, nel suo caso molto esigue. Quello che videro i miei occhi attoniti: ecco ciò che so di Bartleby, tranne, invero, una vaga notizia che apparirà in seguito.

Continua qui.

lunedì, luglio 16, 2007

Luglio 1967, le rivolte di Newark & Detroit

di Bianca Cerri - da altrenotizie.org

Il 1967, generalmente associato all’estate dell’amore, fu anche l’anno in cui in 64 città americane la disperazione urbana sfociò in rivolta. Le comunità nere di Newark, esasperate dalle mancate promesse di uguaglianza oltre che dall’indigenza, insorsero alla notizia della morte di quattro giovani afro americani uccisi dalla polizia. Fra il 12 ed il 17 luglio 23 persone tra i 10 ed i 73 anni persero la vita e altre 725 furono ferite in modo più o meno grave. L’immagine simbolo della rivolta è una foto che ritrae la Guardia Nazionale che avanza con le baionette spianate lungo la Springfield avenue.

Gli abitanti di Newark non hanno mai dimenticato quei cinque giorni in cui il sangue prese a scorrere nelle strade lasciando ferite insanabili anche nell’animo di chi non fu direttamente toccato dalla violenza. Dopo i primi scontri, era arrivata la notizia che anche un tassista di colore fermato per un sorpasso azzardato era stato picchiato a morte dalla polizia per gli afro americani era stata la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Il 14 luglio le armi iniziarono a crepitare nelle strade dei ghetti neri. Anche se non ci sono monumenti che lo testimoniano, nel 1967 la città di Newark era il simbolo stesso della segregazione razziale, una terra di nessuno dove la polizia s’imponeva con la forza sulla disperazione urbanizzata. La Guardia Nazionale penetrò anche all’interno delle case uccidendo persino le donne che accudivano i bambini, come Eloise Spelman, madre di 11 figli, colpita da un proiettile alla nuca.

Otto giorni dopo la fine della rivolta di Newark, la polizia fece una retata in un bar di Detroit arrestando ottanta persone. Fu l’inizio di una nuova insurrezione in una città che, pur essendo il motore industriale del paese, era dominata da continue tensioni razziali. Molti afro americani avevano lasciato le terre delle zone rurali nella speranza di fuggire dalla povertà, ma a Detroit avevano trovato solo disoccupazione ed emarginazione. Le maestranze preferivano non assumere neri e, quando proprio non potevano fare a meno, assegnavano loro le mansioni più umili e pericolose. La città cresceva finanziariamente, gli abitanti aumentavano ma la segregazione assumeva forme sempre più subdole e raffinate.
Con la “ristrutturazione” che prevedeva l’abbattimento di Black Bottom e Paradise Valley, molti afro americani furono costretti con la forza ad abbandonare le proprie case e a vivere un’esistenza sospesa tra rabbia e disperazione in alloggi di fortuna. Ma le nuove generazioni non tolleravano più di doversi inchinare ai valori dei bianchi e di rimanere intrappolati nella miseria. Frustrate dall’oppressione, furiose contro il sistema che le tagliava fuori dal benessere comune avevano iniziato ad organizzare la resistenza. E il fuoco che bruciava sotto la paglia alla fine dilagò…..

Fino al 1967, le rivolte nelle città americane erano sempre avvenute in zone circoscritte, ma quella che scoppiò a Detroit s’allargò a macchia d’olio fino a trasformarla in un teatro di guerra. Le cronache ufficiali parlarono di 43 morti, ma il figlio di Mark Roper, il medico che era di guardia al pronto soccorso nella notte tra il 23 ed il 24 luglio del 1967 ha raccontato di aver appreso dal padre che i corpi privi di vita erano almeno ottanta e altre persone morirono in seguito a causa dei colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia. Uno di quei corpi era quanto restava di Tonya Blending, quattro anni, uccisa mentre stava rientrando a casa insieme al padre.
L’arrivo della Guardia Nazionale, il terzo giorno dopo l’inizio della rivolta, spinse la gente di colore a resistere con maggior determinazione e le strade di Detroit si trasformarono in un girone infernale dove anime dannate si agitavano nel buio del coprifuoco imposto dal governatore. Tra i rivoltosi e i militari si verificarono vari scontri a fuoco. Nel 1967 il presidente Johnson aveva appena creato un fondo destinato appositamente a creare squadre specializzate nel sedare i tumulti che prevedeva l’addestramento di settantamila uomini e i primi novemila furono inviati proprio a Detroit con l’ordine di “fermare i neri con ogni mezzo possibile”. In città arrivarono i carri armati che riuscirono a spegnere la rivolta ma, al tempo stesso, divennero il simbolo della doppia guerra combattuta dagli afro americani, costretti a partire per il Vietnam per via della leva obbligatoria in nome di una patria che attaccava le loro comunità.

Le insurrezioni di Newark e Detroit non riuscirono a sradicare del tutto il razzismo ma servirono ad eliminare se non altro i suoi aspetti peggiori. Anche il proletariato bianco aveva infine compreso che spezzare le catene razziali era indispensabile per aprire la strada alla giustizia. Il 4 aprile del 1968, giorno dell’assassinio di Martin Luther King, anche i quartieri operai dove vivevano i bianchi insorsero per protesta contro le divisioni razziali che, a 13 anni dalla sentenza della Corte Suprema che vietata la segregazione, costringeva ancora la gente di colore a scendere dal marciapiede incontrando un bianco o a cedergli il posto sull’autobus. Contemporaneamente, riprese vita anche l’antica lotta dei nativi d’America e proprio nel 1968 nacque infatti l’AIM, American Indian Movement. Da allora sono passati 40 anni ed è triste constatare che l’imperialismo americano si annida ormai anche nei posti più impensabili, grazie anche alle nuove classi clientelari disposte a smantellare anche le leggi del proprio paese pur di compiacere gli interessi degli Stati Uniti. Attività che però comportano un grande rischio: quello di incentivare un popolo privato de jure dell’indipendenza a riprendersi l’indipendenza de facto. Come accadde quaranta anni fa nelle vie e nelle piazze di Newark e Detroit.

venerdì, luglio 13, 2007

le regole la forza la violenza l'attenzione

di Bifo - da Rekombinant

Un paio di mesi fa su Il Foglio è uscito un articolo di Adriano Sofri
intitolato "Lettera aperta un aspirante assassino". Sofri analizza i passaggi che possono portare un giovane dall'elaborazione ideologica antagonista, all'enunciazione di propositi sovversivi fino all'esecuzione di azioni violente, e ricostruisce il modo in cui ideologia parola e azione possono concatenarsi in modo quasi automatico portando a scelte irreversibili.
Si tratta di un articolo molto bello e largamente condivisibile, ma del
tutto inutile. Sofri infatti si rivolge a una persona che non esiste più. La visione di una dialettica necessaria che giustifica qualsiasi violenza e qualsiasi sofferenza nella prospettiva dell'inevitabile progresso storico, portò in un tempo lontano migliaia di persone a compiere la scelta di una militanza ideologizzata che comportava anche l'uso delle armi. Ma quella visione non esiste più nella coscienza della nuova generazione, né più si manifesta quel tipo di concatenazione ideologica, enunciativa, e quindi pratica dell'azione violenta. Con ciò non voglio dire che la violenza, l'omicidio o la strage siano spariti dall'orizzonte attuale. E' vero il contrario. Quella che sta crescendo nel mondo, però, è un'ondata di violenza che non somiglia in nulla a quella che Sofri vuole scongiurare.

Basta leggere le dichiarazione dei brigatisti arrestati in febbraio: ciò che li motiva non è affatto una analisi ideologica o una strategia politica, quanto la tristezza infinita della vita contemporanea, la disperazione la solitudine la miseria esistenziale. Provate a guardare la foto di quel dodicenne afghano che si arruola nelle milizie suicide di Al Qaida. Nel suo viso dolcissimo e stravolto dall'odio vi è una determinazione che nessuna predica non violenta può scalfire. A chi pensa quel ragazzino mentre prende il voto di uccidersi uccidendo? A un fratello ucciso da un bombardamento della Nato? Quante migliaia (quanti milioni) di ragazzini afghani, pakistani, palestinesi, iraqeni egiziani si stanno preparando a vendicare l'oltraggio la violenza l'umiliazione che l'occidente infligge a un miliardo di uomini donne bambini?

Non capiamo nulla della violenza politica contemporanea e del terrorismo che tende a diventare un fenomeno di massa, se lo trattiamo come un problema ideologico. E' un problema psicopatologico. Il che non significa affatto che si tratti di un problema marginale, perché la psicopatia non è più (se mai è stata) un problema marginale. La decisione ideologica di altri tempi fu di pochissimi che si autonominarono avanguardia. La sofferenza disperata dei ragazzi che crescono nelle metropoli arabe o nei campi profughi o nelle banlieux europee o nella precarietà e nello sfruttamento non è di pochi, è un fenomeno epidemico.

In rete ha girato recentemente un testo di Sergio Bologna intitolato "Uscire dal vicolo cieco". E' ora di piantarla, dice Bologna, con l'idea che il precariato sia come il morbillo, una malattia adolescenziale che passa quando diventiamo grandi. Il precariato non è una marginale escrescenza ma la forma tendenzialmente generale del lavoro nell'epoca in cui le nuove tecnologie rendono possibile una disseminazione dello sfruttamento in ogni frammento spaziotemporale dell'esistenza umana. La precarietà non è un carattere provvisorio della relazione produttiva ma il cuore nero del processo di produzione capitalista nella sfera della rete globale. In essa circola un flusso continuo di info-lavoro frattalizzato e ricombinante. La precarietà è l'elemento trasformatore di tutto il ciclo di produzione: trasforma anche il lavoro di coloro che hanno un posto di lavoro fisso, ma sono costretti ad accettare un salario sempre più basso perché il lavoro precarizzato abbassa la forza contrattuale di tutti.

Sergio Bologna invita a considerare il precariato in termini di classe, non in termini di generazione. Questo invito va accolto, ma il problema resta. Il fronte del lavoro non è mai stato così debole in termini di capacità contrattuale, in termini di organizzazione. Occorre porsi una domanda: quali sono le forme di azione (di comunicazione, di lotta, di organizzazione e di sabotaggio) capaci di restituire forza al fronte del lavoro contro il fronte del capitale? Serve a qualcosa andare in piazza in mille o in centomila, dato che non abbiamo fermato la guerra quando eravamo centomilioni? Serve a qualcosa rafforzare elettoralmente la sinistra quando è evidente che il Parlamento non dispone più di alcuna forza effettiva di decisione? La democrazia rappresentativa non serve a niente, e nulla di ciò che i movimenti hanno fatto dopo l'inizio della crisi dei social forum ha avuto qualche utilità. Dobbiamo tornare a porci una domanda fondamentale: quali sono gli obiettivi di un movimento che si proponga l'autonomia della vita sociale dal dominio del capitale? e quali le forme di azione sono efficaci?

La questione delle forme di lotta è sempre stata decisiva. La lotta operaia non avrebbe mai ottenuto nessun risultato se gli operai non avessero avuto una forza capace di danneggiare materialmente il profitto. Fin quando il lavoro non è in grado di minacciare l'accumulazione la sua forza equivale a zero, e il padronato può fare qualsiasi cosa. La legge non esiste, non significa nulla e non può fermare la violenza padronale. Solo la forza conta. Una delle colpe del terrorismo stalinista degli anni '70, e non la più lieve, consiste proprio in questo: nell'aver condotto a un discredito etico totale ogni discorso sulla forza identificandola con la violenza, l'azione omicida, il terrore. Nel dibattito pubblico si fa un uso illegittimamente estensivo della parola violenza. Due ragioni sconsigliano in generale l'uso della violenza nell'azione politica dei movimenti. La prima ragione è semplice, quasi triviale. Nella società moderne esistono organizzazioni professionali specializzate nell'esercizio della violenza, strutture altamente addestrate dotate di armi letali e di tecnologie pervasive di controllo e di annientamento, strutture che addestrano al disconoscimento di ciò che vi è di umano in sé e negli altri. Organizzazioni criminali al servizio dello stato e dell'economia. Nessuna persona che desideri mantenere il rispetto di se stessa può affrontare la violenza dello stato e dell'economia sul terreno del confronto armato, se non una organizzazione decisa al suicidio. Come sappiamo l'armata dei suicidi è in crescita costante, e la guerra infinita è una macchina di riproduzione del suicidio micidiale. Chiunque non aspiri al suicidio capisce che la strada della violenza è tecnicamente interdetta per cause di forza maggiore.

La seconda ragione che sconsiglia la violenza ha carattere meno triviale. La violenza contro l'altro inibisce la possibilità stessa di percepire felicemente il sé. La ferita inferta sul corpo altrui lascia una traccia che distrugge le facoltà stesse di congiunzione con l'altro. La violenza è azione che colpisce ciò che è umano nell'altro, la sua debolezza. Poiché l'altro è l'estensione psichica della mia mente, poiché l'altro non è dissociabile dalla mia sensibilità, la violenza colpisce chi la compie, lo ferisce e lo infetta in ciò che ha di più umano, la sua tenerezza. Chi giustifica la violenza in nome di valori superiori (che ne so, la legalità o la rivoluzione, la civiltà occidentale o l'antimperialismo) compie un'operazione che è sempre truffaldina. Ma anche coloro che si sperticano nella condanna politica della violenza e nell'esaltazione dei valori della non violenza compiono un'operazione truffaldina. E' come esaltare o condannare il mal di denti.

L'espressione non violenza è una cattiva traduzione della parola
Satyagraha, parola che per Gandhi significa conversione dell'altro per mezzo dell'amore. Per essere più precisi: Satya è la verità dell'essere, agraha è l'andare verso. Andare (insieme) verso la verità dell'essere. Nella versione jainista che ne offre il Mahatma, questa conversione passa attraverso l'ahimsa, che significa sofferenza cosciente. Scrive Gandhi: "Le nazioni come gli individui si costruiscono attraverso l'agonia della croce e in nessun altra maniera. La gioia nasce non dall'infliggere dolore sugli altri, ma dal dolore che volontariamente generiamo in noi." Per Gandhi dunque Satyagraha implica e presuppone Brahmacharia, cioè la rinuncia alla passione, l'assenza di desiderio, la sospensione del flusso illusorio del maja. Si tratta di una visione essenzialmente sacrificale, che ben difficilmente può tradursi in un'etica laica, e affermarsi nella vita quotidiana. Ma io penso che si possa far discendere Satyagraha dal sentimento contrario: dal sentimento di piacere che nasce dalla condivisione sensuale degli infiniti corpi. Il piacere di sentire gli altri, che permette di sentire con piacere sé stessi. La continuità dei diecimila esseri, la condivisione del medesimo spazio ecomentale, della medesima psicosfera non è solo la quintessenza del Buddhismo, ma è anche il senso profondo del pensiero di Baruch Spinoza. Se non vuole ridursi a pura retorica l'etica non può fondarsi su null'altro che sulla consapevolezza sensibile del carattere estensivo del nostro corpo-mente. E' un'etica estetica, quella che dobbiamo fondare. Un'etica che non sia basata sulla rinuncia al sé, ma proprio su un edonismo estensivo, capace di riconoscere il carattere condiviso dell'ambiente in cui è immerso l'organismo sensibile. Nel discorso politico-giornalistico occidentale il pensiero del Satyagraha (che è insieme realismo politico ed etica del piacere di sé) viene abusivamente usato per affermare un principio legalitario: non violenza viene tradotto abusivamente come rispetto della legge esistente, come sottomissione al potere. La non violenza diventa allora un'arma brandita contro gli oppressi, un ricatto schifoso. Coloro che sistematicamente usano la violenza predicano alle vittime la necessità della non violenza.

La legge, solo la legge - dicono i legalisti - può regolare i rapporti fra gruppi sociali. Il conflitto non deve uscire dai limiti della legge. Chi dice questo ignora (o finge di ignorare) che la legge è forma determinata di un rapporto di forze, che solo la forza la fonda e solo la forza la rende operativa. Le corporation globali lo sanno bene, dato che il capitalismo distrugge sistematicamente le regolazioni esistenti per aumentare lo sfruttamento. La forza, non la legge, permette al capitale di imporre condizioni precarie di lavoro, riduzione del salario, rinvio della pensione e così via. La forza ha permesso al capitalismo di costruire condizioni schiavistiche di sfruttamento. La cosiddetta libertà di mercato altro non è che lo spazio libero di scatenamento della forza violenta del capitale nel rapporto con la debolezza del lavoro. Solo quando i lavoratori sono forti, uniti, consapevoli, autonomi, il loro rapporto con il capitale pone limiti alla violenza.

Grazie al rapporto di forza creato con le lotte il movimento operaio ha potuto realizzare un quadro regolativo capace di limitare l'arbitrio del capitale e di imporre condizioni eque di salario. Il benessere diffuso e le condizioni di democrazia sociale che si affermarono in larga parte del mondo nella seconda metà del Novecento furono il prodotto di una imposizione operaia. E quel che oggi rimane delle garanzie sociali per i lavoratori è l'eredità non ancora interamente erosa e cancellata di quelle lotte. Senza gli scioperi, senza il sabotaggio, senza il ricatto costante che il lavoro seppe esercitare sulle forze proprietarie, le condizioni del lavoro sono quelle dello sfruttamento bestiale, della miseria e della prepotenza. Oggi quelle forme di azione hanno perduto efficacia. Cosa significa sciopero per i lavoratori precari? Dobbiamo scientificamente ricercare forme attuali di azioni che siano capaci di colpire a fondo l'accumulazione di capitale, e quindi capaci di ricostituire la forza contrattuale del lavoro. L'illusione legalitaria crede che la regola costituzionale abbia in sé forza impositiva. Ma il potere è sempre assoluto. Non esiste alcun potere costituzionale, perché la limitazione del potere non è esercitata dalle regole ma dalla forza capace di imporre le regole (o di trasformarle). Il legalismo attribuisce alle regole una forza che le regole non hanno, perché non c'è nessuna regola che dica che occorre rispettare le regole. E il padronato lo sa.

L'ipercapitalismo è un'economia criminale non tanto perché si fonda sulla violazione delle regole stabilite dalla contrattazione tra lavoro e capitale. La violazione delle regole non è un crimine (se non nella visione autolesionista dei legalisti). Il crimine sta nell'esercizio illimitato della forza, quando alla forza non si contrappone alcuna altra forza. Il crimine è la violenza dell'imposizione lavorativa, la sottomissione del sesso, dell'affettività, del tempo mentale, la repressione dell'autodifesa operaia. Il crimine è la normalità dell'economia del nuovo millennio. Gomorra, il libro di Roberto Saviano, il più importante testo di economia politica contemporanea che io conosca, descrive molto bene il modo in cui il crimine ha raggiunto il cuore stesso della crescita capitalista. Il problema della forza non potrà non riproporsi nei movimenti sociali se essi vorranno uscire dalla pura e semplice denuncia e se vorranno creare condizioni efficaci di difesa e di nuova regolazione. Ma il problema della forza non dovrà porsi mai più negli antichi termini della violenza materiale, sui quali mai nessuna battaglia potrà mai essere vinta dall'umano contro il disumano. Il problema della forza si pone nei termini del sabotaggio intelligente nei confronti della rete immateriale dello sfruttamento.

Solo quando l'immaginazione collettiva sarà capace di sottrarsi al ricatto
economico e consumista diverrà possibile esercitare una forza capace di sabotare bloccare e sovvertire i circuiti dello schiavismo postmoderno. Solo quando l'umanità schiavizzata saprà distinguere tra la ricchezza e la merce si ricostituiranno le condizioni di una forza capace di resistere alla violenza del capitale. Non ci resta da svolgere altro lavoro che questo: l'organizzazione della forza, cioè della tenerezza, della pigrizia, dell'assenteismo di massa. Solo la forza può opporsi alla forza economica mediatica e militare di cui dispone il capitale. Ma la forza cos'è? La società è forte di fronte al potere quando riconosce la illegittimità dei poteri esistenti. Ridere del potere è la prima condizione per distruggerlo. Ogni occasione in cui il potere si organizza andrebbe ridicolizzata, non solo i vertici del G8 ma anche le locali riunioni della Confindustria, le riunioni del Senato accademico, e qualsiasi altra occasione in cui si normalizza l'infamia. Ma ridicolizzare non basta, occorre interrompere il flusso economico di riproduzione del potere. Lo sciopero è stato nel corso di un secolo e mezzo la forma più importante di Satyagraha. "io non ti dò il mio lavoro fin quando non accetti di pagarmi un salario più alto, finché non sono realizzate sul lavoro condizioni umane." Ma la trasformazione del processo lavorativo ha reso lo sciopero inefficace (perché le catene produttive sono flessibili) e impossibile perché il lavoro è precario frattale ricombinato e sovrabbondante.

Il Semiocapitalismo ha bisogno dell'attenzione di un'umanità iperconnessa. L'azione che accumula forza è lo sciopero dell'attenzione, il rifiuto massiccio della partecipazione politica, la messa in circolo di virus comunicativi capaci di indurre nella maggioranza tendenziale una nuova percezione della ricchezza. La ricchezza cos'è? E' godimento del tempo, sfrenatezza intensiva, piacere di sé. Un'onda di rilassatezza e di rallentamento del ritmo della produzione dipendente, un'onda di frenesia an-economica. La felicità è sovversiva quando si fa collettiva. Trasformando la felicità in una promessa sempre rinviata il capitalismo ha azzerato la capacità di godere dell'adesso. La questione del godimento e della frustrazione, dell'ansia accumulativa e della frugalità felice è la condizione per uno sciopero dell'attenzione che tolga al capitale gli strumenti del suo ricatto e della sua forza.

giovedì, luglio 12, 2007

La Nuova 500 fa schifo

Nel week-end scorso metà delle piazze delle principali città italyane erano assediate dalle ragazze e dai ragazzi immagine della FIAT: addestrati direttamente da Lapo erano ovunque per presentarci il mondo di stile incarnato dalla nuova 500.

Che dire? Vedete che dice Wu Ming 5 su Carmillaonline...


L’idea del trasporto individuale su ruote spinto da combustibili fossili è - insieme all’idea che sia giusto impiegare percentuali rilevanti delle risorse agricole del pianeta per allevare animali da carne- uno dei vettori principali che condurrà la presente civiltà all’estinzione, e con questa forse anche la Specie, e con lei molte altre specie attualmente viventi. Entità meccaniche dal design zoomorfo che deiettano veleni; capi di bestiame studiati per produrre tagli da carne che deiettano metano e gas serra. Articolazione semovente del concetto di metropoli, articolazione vivente del processo di desertificazione: il Futuro come deserta Metropoli. La Nuova Fiat 500 è stata dotata di un volto enigmatico, simile a quello di un’entità biomeccanica, vago androide assemblato in milioni di pezzi. E’ in grado di suscitare neutra simpatia, blanda affettività. I suoi quattro occhi sono tranquillizzanti, sembrano guardare lontano a dispetto del vecchio logo al centro del volto e dell’inanità stilistica complessiva.

L’incapacità di produrre stile è il sintomo della non-esistenza della contemporaneità, se non come campo d’azione del Tempo Reale. Il carapace simile a quello di un piccolo animale terragno serve a rassicurare un paese in avanzato stato di decomposizione, a suscitare ricordi culturali, ad avvolgere le dinamiche devastanti del paese in una pellicola anti-temporale, quasi che la presenza sulle strade di simili oggetti potesse avere un effetto scaramantico, la Nuova 500 come un paio di corna capace di destreggiarsi nel traffico urbano, di trovare finalmente parcheggio, fosse pure in seconda o quinta fila. Come Saremo identico a Come Eravamo: e questo, in un paese come questo, è davvero agghiacciante.
Il maestro di cerimonie alla presentazione della vetturetta, Luca di Montezemolo, incarna una delle linee di tendenza della post-politica del liberalismo multiculturale globale; un’asse Montezemolo-Veltroni nella post-Italia marcescente le cui esalazioni salgono fino alla stratosfera nel cielo estivo della fine del decennio, oppure le due facce di una stessa medaglia, Giano a guardiano della porta da cui entra sofferenza ed esce sofferenza e profitto-godimento per alcuni. Intanto alla presentazione della macchinetta il Premier Prodi sorrideva aprendo il volto-salvadanaio in un sorriso compiaciuto, nessuna sfida estetica nella Nuova 500, solo l’aria di famiglia, solo noi italiani che certe cose le facciamo proprio bene.

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La strada di casa

E' interessante leggersi questo "storico" editoriale del New York Times pubblicato il 9 luglio 2007 in cui si chiede esplicitamente e con insistenza il ritiro delle truppe USA, per almeno un paio di motivi. Primo il N.Y.T. - uno dei più importanti quotidiani al mondo - è stato un grande sostenitore della missione in Iraq, quindi questo editoriale segna il cambio di posizione dei media mainstrean dopo che la maggior parte dei cittadini USA la posizione l'ha cambiata da un pezzo (ultimi sondaggi: 70% a favore del ritiro...).

Secondo motivo d'interesse è secondo me il tono dell'articolo: la prosa incalzate, disillusa, accusatoria, senza
traccia di possibilità di riscatto per Bush e il suo governo che si dice chiaramente hanno incantato di frottole i cittadini degli States. La cosa mi ha colpito, poiché in Italya nella mia esperienza non ho mai trovato un così "parlare chiaro" nei confronti dei potenti di turno, un je accuse così inflessibile. Ok, tutto questo dopo anni di sudditanza della stampa USA alla politica del governo Bush, ma comunque è già qualcosa visto che in Italya generalmente per i giornalisti vale sempre la vecchia regola per cui è meglio non bruciarsi mai il rapporto con i potentati, meglio parlare e scrivere, parlare e scrivere, senza mai "parlare chiaro".

Certo il NYT con questo editoriale si è iscritto alla lista - sempre più lunga - di coloro che chiedono l'impeachment di Bush - con conseguente galera (vedi, tra l'altro, l'azione del
Movement to impeach George W. Bush). Va però detto come da più parti si percepisca questa possibilità come un pericolo, poiché un presidente Bush sempre più alle corde porterebbe probabilmente gli Stati Uniti non a ritirarsi dall'Iraq, quanto ad aprire il nuovo fronte di guerra in Iran.

La ratio? La trovate espressa chiaramente nell'editoriale qui sotto: "E' ora terrificantemente chiaro che il piano di Bush è quello di mantenere la linea seguita sinora fin quando rimarrà presidente, e poi lasciare l'onere di uscire dal disastro al suo successore. Qualsiasi sia stata la sua causa, ormai è persa."


E' tempo che gli Stati Uniti abbandonino l'Iraq, senza più alcun ritardo che non sia quello necessario per far si che il Pentagono possa organizzare una ritirata ordinata delle truppe. Come molti americani, abbiamo cercato di evitare di raggiungere questa conclusione, attendendo vanamente un segnale da parte del presidente Bush di cercare seriamente di far uscire gli Stati Uniti fuori dal disastro che lui stesso ha creato quando ha deciso di invadere l'Iraq senza avere un motivo sufficiente per farlo, in spregio all'opposizione dell'opinione pubblica mondiale e senza un piano per stabilizzare il Paese dopo l'invasione. All'inizio, credevamo che dopo aver distrutto il governo iracheno, il su
o esercito, la sua polizia e le sue strutture economiche, gli Stati Uniti avessero quantomeno il dovere morale di raggiungere alcuni degli obiettivi che Bush proclamava di voler perseguire: in primo luogo costruire uno Stato iracheno stabile ed unito. Quando è divenuto chiaro che il presidente non aveva né la visione né i mezzi necessari per ottenere questo obiettivo, abbiamo comunque affermato che non era giusto decidere una data arbitraria per il ritiro delle truppe finché vi era ancora qualche speranza di mitigare il caos che ne sarebbe risultato.

Mentre Bush rifiutava qualsiasi ipotesi di calendario per il ritiro delle truppe, egli continuava a promettere punti di svolta all'orizzonte: prima le elezioni, dopo la nuova Costituzione e dopo ancora l'invio di ulteriori migliaia di truppe nel Paese. Ma ognuna di queste pietre miliari veniva ed andava senza che fosse raggiunto alcun reale progresso verso l'obiettivo di un Iraq stabile e democratico, o quantomeno verso l'obiettivo del ritiro delle truppe. E' ora terrificantemente chiaro che il piano di Bush è quello di mantenere la linea seguita sinora fin quando rimarrà presidente, e poi lasciare l'onere di uscire dal disastro al suo successore. Qualsiasi sia stata la sua causa, ormai è persa.
I leader politici che Washington ha appoggiato in questi anni sono risultati essere incapaci di porre gli interessi nazionali dinanzi a quelli dei diversi gruppi etnici o religiosi del Paese. Le forze di sicurezza che Washington ha aiutato ad addestrare si comportano come milizie paramilitari agli ordini di quello o dell'altro gruppo politico. Le ulteriori forze militari che sono state inviate nella regione di Baghdad non sono riuscite ad ottenere alcun cambiamento della situazione sul terreno.

Continuare, in queste condizioni, a sacrificare le vite ed i desideri dei soldati americani è sbagliato.
La guerra in Iraq sta lentamente distruggendo la nostra nazione e le sue forze armate. E' una pericolosa diversione dalla guerra vitale contro il terrorismo internazionale. E' un onere sempre maggiore per i contribuenti americani e, allo stesso tempo, rappresenta il tradimento di un mondo che ha sempre bisogno della reale applicazione del potere e dei principi americani. La maggioranza degli americani ha raggiunto queste conclusioni mesi addietro. Anche in una Washington polarizzata politicamente, le posizioni sulla guerra non sono più divise, come erano una volta, tra i due schieramenti politici. Quando il Congresso tornerà al lavoro questa settimana, il ritiro delle truppe americane dall'Iraq sarà la priorità della sua agenda per entrambi gli schieramenti politici. La discussione al Congresso dovrà essere chiara e ben focalizzata. Agli americani deve essere chiaro che la situazione in Iraq, e nelle regioni confinanti, potrebbe diventare ancora più sanguinosa e caotica a seguito del ritiro delle truppe dall'Iraq. Potrebbero esserci vendette contro coloro che hanno lavorato con le forze americane, ulteriori pulizie etniche, e persino genocidi. Flussi di rifugiati iracheni potenzialmente destabilizzanti potrebbero arrivare in Giordania ed in Siria. L'Iran e la Turchia potrebbero avere essere tentate ad ottenere ulteriore influenza su quello che resta dell'Iraq.

Ma forse, più importante di tutto, l'invasione americana ha già creato un paradiso per gli integralisti islamici di tutto il mondo, nel quale l'attività terrorista potrebbe proliferare.
L'Amministrazione presidenziale, il Congresso controllato dai democratici, le Nazioni Unite e gli alleati dell'America hanno l'obbligo di tentare di mitigare questi rischi potenziali e devono anche sapere che possono fallire. Ma gli americani devono anche essere onesti con se stessi riguardo al fatto che continuare a tenere le truppe in Iraq rischia soltanto di peggiorare ulteriormente la situazione. La nostra nazione ora abbisogna di una seria discussione su come raggiungere l'obiettivo del ritiro delle truppe e su come far fronte alle grandi sfide che ne potrebbero derivare.

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The New York Times (09/07/07) - tradotto da Daniele John Angrisani per Altrenotizie.org

mercoledì, luglio 11, 2007

The Miracle of St. Anna

E' di questi giorni l'annuncio che Spike Lee girerà il suo primo film in Italia. La cosa è ancora più interessante visto il soggetto del film - intitolato The Miracle of St. Anna e tratto dal omonimo romanzo di James McBride - che ruota attorno al ruolo dei soldati afroamericani nel secondo conflitto mondiale, tanto che Spike Lee dichiara - a proposito di Hollywood e della rappresentazione del mondo che ci ha e ci propone - le motivazioni che lo hanno spinto alla realizzazione di questo progetto: "il mondo senza umanità nel quale i nativi americani sono dei selvaggi da sterminare, l'unico indiano buono è un indiano morto, i soldati degli Stati Uniti che hanno combattuto per la democrazia sono solo bianchi. Il modello non è John Wayne. Hollywood ha sistematicamente escluso i neri. E continua a farlo".

Cosa altrettanto significativa è la vicenda in cui è calata la narrazione, infatti il riferimento a Sant'Anna nel titolo del film si riferisce a
Sant'Anna di Stazzema, tristemente famosa in Italya per l'eccidio di 560 persone, quasi tutti vecchi, donne e bambini da parte del 16° battaglione SS.

Il film racconta la vicenda di un soldato di colore della 92.ma Divisione Buffalo impegnata in una sanguinosa battaglia con i nazisti in Versilia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato si chiama William Perry, oggi ha 83 anni ed era presente all'incontro con la stampa insieme a McBride, allo stesso Lee e a Enrico Pieri, uno dei pochi superstiti della strage di Sant'Anna.

La guerra di Volontè

"Ora pure un gioco su internet, furbescamente diabolico, sulla difesa dei preti pedofili. Una furbata tanto ridicola e specchiata, con la quale nascondere l'anticattolicità e l'offesa più falsa e ripugnante. In cui si mischia la brama pedofila e la cristofobia, sulla quale è obbligatoria non solo la censura ma pure la ricerca e fino in fondo di questi sguatteri del Male; ormai son come quei tipi loschi che giocano a nascondino sotto i lampioni illuminati, bisogna solo prenderli".
Luca Volonté, 03/07/07


Con questa candida dichiarazione il moderato - moderatissimo! - Volontè continua a spada (infuocata) tratta la querelle avviata con la pubblicazione di Pedopriest... tanto che anche il sito www.lucavolonte.eu nato come opera di net.art è stato oscurato, "quindi l'opera è stata invece sostituita con
un'opera d'arte ancora più ardita, una singolare interpretazione creativa della legge che ha messo a tacere una protesta nel nome dell'articolo 494 cp., "Sostituzione di persona" e 595/3 cp., "Diffamazione a mezzo stampa"".
Ricevo e pubblico il seguente appello.


E' lecito a questo punto chiedersi quale diffamazione, quale stampa, e quale persona sarebbe stata sostituita.
Prendendo atto delle singolari obiezioni "Liberté, Eguaglité, Volonté" torna comunque online nella sua edizione riveduta e corretta per venire in contro alla sensibilità di un pubblico particolarmente suscettibile, sulla scia dell'autoregolamentazione attuata da Molleindustria.

Convinti dell'assoluta legittimità dell'opera, i membri del gruppo immaginario Les Liens Invisibles rivendicano ancora una volta il diritto alla libera manipolazione dei simboli del potere e invitano bloggers, artisti e mediattivisti che hanno a cuore la libertà di espressione a unirsi al flusso creativo della performance detournante.

Partecipare è semplice. Riportare il link a http://www.luca-volonte.com nei forum, nei blog e in tutti gli angoli della rete opponendo nuovamente la visibilità degli "oscurati" a quella delle forze oscurantiste.


martedì, luglio 10, 2007

Workshop Cospirattivo - Sabato 14 & Domenica 15 Luglio 007

La cospirazione precaria non è una rete nè un’organizzazione, ma un’attitudine da costruire . Da Settembre ad oggi passando per la May Day abbiamo sedimentato relazioni, creato rapporti di forza e rinnovato gli “attrezzi” del conflitto. Abbiamo fatto di flessibilità virtù, come il giunco che al vento non si spezza, siamo entrati nelle pieghe del mercato del lavoro e della creazione di valore, comprendendone e mutuandone in parte i processi di produzione, ed inventandone di nuovi. Si è affermato che precarizzare il precarizzatore oggi si può!

Tirare le somme ed aggiungere i dati da utilizzare in un futuro prossimo, ecco il perché di una due giorni di lavori, riflessioni e visioni; per chi la cospirazione la vive per chi ne abbisogna, per chi ne è anche solamente interessat@. La nostra forza si basa sui talenti, le competenze e la passione che i precari sottraggono all'onnivoracità liberista: che costituiscono i reagenti naturali con cui produrre una nuova valorizzazione del conflitto e una nuova idea del sociale.

Sedimentiamo relazioni,
Accumuliamo Conoscenza,
produciamo Conflitto!

Il programma completo della due giorni su Intelligence Precaria.

Scrivere

Tratto da Alain Badiou, Oltre l’uno e il molteplice. Pensare (con) Gills Deleuze, Ombre Corte

Non scrivo contro qualcosa o qualcuno. Per me scrivere è un gesto assolutamente positivo: significa dire ciò che si ammira, non combattere ciò che si detesta.
Scrivere per denunciare è il più basso livello di scrittura. In compenso, bisogna riconoscere che scrivere implica il fatto che vi sia qualcosa che non funziona nello stato del problema che si vuole trattare. Che non si è soddisfatti. Direi dunque che scrivo contro l'idea toute faite [finita]. Si scrive sempre contro le idee toutes faites.

Gilles Deleuze

Radio Free PKD

di Alessandra Daniele da carmillaonline -
Parte I e II

immagine da themodernworld





La fantascienza è una forma d’arte sovversiva, che richiede scrittori e lettori con pessime abitudini come quella di chiedersi "perché?" "come mai?" "chi l’ha deciso?"
Philip K. Dick 1978

Quando l’impatto delle visioni dickiane ti colpisce non si ferma mai al livello della semplice affabulazione o sfida intellettuale, ma arriva fino in fondo, a frantumare il nucleo stesso del tuo principio di realtà, liberando l’energia cognitiva che vi è imprigionata, come una sorta di rivelazione. Questo non solo per la forza delle sue idee, ma anche perché in PKD la ricerca filosofico-narrativa è sempre fusa con la passione, e la sofferenza umana quotidiana da cui nasce. E’ parola incarnata. La grandezza e l’unicità di Philip K. Dick (1928-1982) consistono infatti nell’essere capace di concepire e conciliare le idee più visionarie e rivoluzionarie - oltre i limiti imposti alla fantascienza - con i personaggi più credibili e umanamente complessi - oltre le capacità attribuite al realismo.

Personaggi struggenti e spiazzanti, frutto anche di una lacerante, spietata autoanalisi continua, diretta a riconoscere sempre se stesso negli altri, e viceversa. L’empatia come tecnica narrativa: nei personaggi dickiani, persino i più estremi, è impossibile non riconoscere sempre una parte di lui, ma contemporaneamente anche una parte di noi stessi, magari la più dolente e nascosta. Nelle visioni che come inquietanti e beffarde saette divine li trafiggono, persino nelle più immaginose, è impossibile non riconoscere illuminanti bagliori di quell’ineffabile, misteriosa, e rivoluzionaria ”verità interiore” che si contrappone alle realtà ingannevoli che ci circondano e ci imprigionano Chi plasma queste realtà? Secondo PKD non tanto il più forte quanto piuttosto il più malato, anche a propria insaputa e contro la propria volontà. Così il mondo che ne scaturisce è sempre una prigione entropica di degrado fisico e psichico, l’allucinata proiezione della mente di un Demiurgo cieco e spesso disumano. L’unica via di fuga da un simile universo è quindi nella capacità psichica ed etica di immaginarne un altro, e crederlo possibile. Filosofia quantistica? Di più.

Continua qui.